La scuola andrebbe guardata oltre le analisi e commenti che solitamente si trovano sui media o nel dibattito pubblico.
Mentre si stanno consumando le battute finali dell’anno scolastico 2025/26 vale la pena chiedersi: la scuola, come sta?
Non si tratta di redigere pagelle, e nemmeno bilanci. Ma di sicuro è utile cercare di capire quale sia lo stato di salute di questo “luogo” dove si gioca una partita decisiva per la crescita umana, culturale e professionale delle nuove generazioni.
Si sa, nelle aule non si decidono gli schieramenti degli eserciti e nemmeno gli andamenti delle economie mondiali. Eppure proprio lì si gioca una partita fondamentale per il futuro del nostro Paese e dell’Europa.
Della scuola, negli ultimi mesi, si è parlato soprattutto per i ripetuti e drammatici episodi di violenza scoppiati tra studenti, o tra studenti e docenti. Chi la scuola la vive ogni giorno sa bene che questi fatti rappresentano l’emergere di un’inquietudine diffusa che coinvolge tutti i suoi protagonisti: studenti, insegnanti, genitori e istituzioni.
Molto si è detto anche dello tsunami tecnologico che, ormai è chiaro, è destinato a trasformare radicalmente non solo i metodi di insegnamento, ma la stessa idea di apprendimento.
Molto meno, invece, si è parlato della massa enorme di risorse riversate nella scuola dal PNRR, il cui effetto, in molti casi, è stato quello di ingolfare le scuole di progetti, piattaforme e ore di formazione, ottenendo risultati spesso inversamente proporzionali agli investimenti compiuti.
Sono temi questi che hanno attraversato convegni, editoriali e dibattiti pubblici, quasi sempre accomunati dal tentativo di descrivere ciò che la scuola “dovrebbe essere”. Uno sguardo spesso necessario, ma che rischia anche di appesantire ulteriormente chi nella scuola ci vive.
Ma quella della semplice analisi non è l’unica prospettiva possibile.
Qualche settimana fa, durante un seminario promosso a Milano dal Festival dell’Innovazione Scolastica, è stato mostrato il celebre quadro “Paesaggio con la caduta di Icaro” di Pieter Bruegel il Vecchio. A un primo sguardo si vede un paesaggio tranquillo: un contadino che ara, un pescatore, il mare, le navi. Del giovane Icaro, che ha tentato di sfidare il cielo con le ali di cera, apparentemente non c’è traccia.
Salvo un dettaglio. In un angolo quasi invisibile del dipinto si scorge una gamba che sta per essere inghiottita dall’acqua. Un particolare che, per chi se ne accorge, rende drammaticamente vivo tutto il quadro.
Forse anche la scuola di oggi può essere guardata così. Infatti, nel mese di aprile in modo del tutto imprevisto più di mille scuole hanno aderito alla sperimentazione nazionale sull’introduzione delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi didattici. Una scelta che significa interessarsi non soltanto alla trasmissione delle discipline, ma, assieme a queste, di prendersi cura della crescita integrale della persona sviluppando dimensioni quali l’empatia, la resilienza, la capacità di collaborazione, la curiosità, il pensiero critico.
Inizialmente annunciata priva del sostegno di alcuna risorsa, i dirigenti scolastici e gli insegnanti di queste mille scuole si sono mossi solamente grazie alla loro passione educativa attingendo forza dall’inedita alleanza tra mondo della scuola e mondo accademico.
Questo “movimento”, oltre a essere un serio tentativo di affronto della drammatica situazione che si vive nelle aule scolastiche, in modo del tutto imprevisto si è ritrovato ad affiancarsi alla voce solitaria di papa Leone XIV il quale, anche contro la gran maggioranza delle voci autorevoli, non si stanca di ribadire che non sono gli armamenti ad assicurare un futuro prospero per l’Europa, ma piuttosto quell’alleato della pace che è l’educazione dei giovani.
Accorgersi della gamba di Icaro, così come di ciò che di nuovo e di vivo sta accadendo nella scuola, è la prospettiva con cui il Festival dell’innovazione scolastica, la cui VI edizione si svolgerà a Valdobbiadene dal 4 al 6 settembre, guarda alla scuola e a chi ci vive. Non un’analisi ingenuamente ottimista o limitata a ciò che la scuola “dovrebbe essere”, ma piuttosto uno sguardo che, in forza di una speranza che abbraccia errori, fatiche e slanci, è carico di simpatia e di valorizzazione per ogni tentativo che si ponga con serietà di fronte alla responsabilità educativa.

“A scuola non si apprende semplicemente, ma in essa cresciamo, apriamo la mente, facciamo amicizia e impariamo a conoscere il mondo. La scuola è come una casa del sapere per noi giovani, è un luogo dove si può stare in compagnia dei
nostri coetanei ed è soprattutto un luogo per imparare molte cose nuove. Per alcuni la scuola è come un carcere, per altri invece è un luogo importante. È formata principalmente dagli insegnanti, che sono la nostra guida; ogni insegnante è specializzato in una materia che cerca di trasmettere agli studenti. La scuola è come una serie TV che non finisce mai: ogni stagione è un anno scolastico, ogni episodio è una giornata in classe, piena di colpi di scena tipo “oggi c’è verifica a sorpresa” o “interrogo subito”, così a freddo! I protagonisti siamo ovviamente noi studenti, insieme ai prof: alcuni sono simpatici, altri sembrano usciti da un film horror! In fondo, è un’avventura che non abbiamo scelto, ma che tra una lamentela e un’altra un po’ ci cambia davvero.”
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Quando i ragazzi parlano di scuola stanno raccontando un’esperienza a tutto tondo. Nella loro definizione non è solo il luogo dove si apprendono contenuti, è il posto in cui si cresce, si sta insieme, si fa amicizia, si conosce il mondo. Questo documenta in modo molto preciso quanto l’apprendimento sia affettivo. Non avviene mai in astratto, non si riduce a un mero passaggio di informazioni. Accade dentro le relazioni, dentro un clima, dentro un legame con chi insegna così come con i compagni di banco. Definiscono gli insegnanti delle “guide” e riconoscono in questo modo che si impara attraverso qualcuno, che non si può fare tutto da soli, che c’è bisogno di essere accompagnati. Tra l’altro dicono che la scuola è “principalmente” fatta dagli insegnanti. Trovo interessante che non traspaia una vena polemica o critica in questo, ma piuttosto un’aspettativa. I grandi a scuola non sono tanto tollerati o sopportati, quanto attesi, e sperati, come portatori di qualcosa di positivo.
Parlano inoltre di “imparare molte cose nuove”, di “aprire la mente”, di “conoscere il mondo” e qui si intravede un’idea attiva dell’apprendere. C’è qualcosa di più del ricevere, c’è l’appropriarsi. Apprendere significa davvero prendere: prendere pezzi di realtà, farli diventare propri, incorporarli. Il sapere entra nel soggetto e lo modifica, oltre una logica di semplice accumulo e stratificazione. Sapere in fondo è trasformarsi, è il fuori da me che una volta in me cambia il mio modo di leggere il mondo compreso il me stesso che ne fa parte. L’immagine della scuola come “casa del sapere” rafforza questa prospettiva. Vero, a scuola si va e poi si torna a casa, ma non è un puro luogo di transito o di passaggio e nemmeno di sosta inattiva, a scuola ci si sta, ci si abita. E di nuovo ci ricordano come per imparare serva permanenza, continuità, possibilità di sentirsi accolti e voluti e considerati. Allo stesso tempo, però, senza troppe mediazioni, introducono anche l’altra faccia, quella del carcere. L’alternativa posta è veramente interessante: luogo di costruzione, fatto di appuntamenti, aut luogo di costrizione, fatto di comandi.
Non può esistere una scuola davvero efficace nel trasmettere i saperi e nel far crescere persone solide senza che si costruisca un relazione autentica fra soggetti che ogni mattina si impegnano reciprocamente in un appuntamento. Serve un incontro fra soggetti disponibili, intenzionati a entrare in rapporto perché ne nasca qualcosa che prima non c’era. La cultura è infatti sempre un avvenimento, è un successo nel senso che succede, accade: prima non c’era, poi c’è. All’origine si trova sempre una proposta adulta che riesce a convincere e a smuovere l’interesse. Chi apprende però sceglie di aderire a tale proposta perché ne riconosce una convenienza per sé. Lo raccontava già Sant’Agostino nelle Confessioni (1.14) a proposito delle parole del latino nella sua infanzia: «Le imparai senza il peso di castighi e sollecitazioni, perché il mio cuore stesso mi sollecitava a dare alla luce i suoi pensieri. Ne emerge in modo abbastanza chiaro che per imparare queste nozioni vale più la libera curiosità che la pedante costrizione».
Le volte infatti che nella scuola prevale la logica del puro dovere, dove si agirebbe per comando e non per interesse, il risultato è opposto: resistenza, chiusura, talora ribellismo. Si capisce allora come per alcune ragazze e ragazzi la scuola possa essere davvero vissuta come un carcere, ossia come un luogo in cui si sta solo perché si è costretti nell’attesa di scontare temporalmente una pena, e non perché possa accadere qualcosa, persino di imprevedibile, che coinvolga davvero. Tale scenario può prendere strade diverse nella coppia docente-discente, la principale da mettere al centro del dibattito sulla scuola. Nei ragazzi può tradursi in un ribellismo che porta a comportamenti oppositivi, talvolta eccessivi e persino inquietanti. Negli adulti che non ne colgono la dinamica può generare una risposta altrettanto rigida, fatta di controllo e irrigidimento, che li confina in una possibile spirale di tirannia difficilmente governabile, che va a scapito di tutti. Una spirale di azione e reazione che sostituisce la relazione educativa originaria. Lo scontro al posto dell’incontro, una insensata fatica al posto dell’interesse che muove. Carcere significa esperienza che non riesce più a generare adesione, partecipazione, mossa personale.
La metafora delle serie TV che i ragazzi usano nella definizione di scuola introduce una nota di leggerezza: ogni anno è una stagione, ogni giorno un episodio, pieno di imprevisti, di twists and turns come si dice nel linguaggio degli sceneggiatori. Alle ragazze e ai ragazzi a scuola accadono vicende, succedono cose che li riguardano, li espongono, li mettono alla prova, in qualche caso preventivabile, in altri no: le verifiche a sorpresa, le interrogazioni improvvise, le reazioni degli insegnanti. Questi ultimi poi non sono evidentemente tutti uguali, e forse sembra anche andare bene così: qualcuno pare uscito da un film horror, qualcun altro è fortunatamente più simpatico. Chissà se anche in questa varietà ne possano ravvisare una positività. Certo che il messaggio che arriva a noi adulti è potente. Proprio a noi che tendiamo sui giovani a fare riduzioni su riduzioni. La prima è considerare la sola prospettiva scolastica nella loro giornata.
La vita è fatta sì di scuola, ma anche di passioni, interessi, desideri, paure, ripensamenti, apprensioni, rapporti facili e difficili. Non che a scuola non si diano tutte queste cose, è che non accadono solo lì, esclusivamente lì. Esistono molti altri ambiti significativi per loro che sarebbe un errore non considerare, non favorire o peggio limitare e precludere. Attività e interessi come sport, musica, video, letture, cinema, serie tv costituiscono tutte occasioni di impegno con il reale, di rapporto con altri, di condivisione, di giudizio, e pure di studio e di competenze in senso lato, non necessariamente “cognitive”. Occasioni oltre la scuola, supplementari a essa, non alternative né tantomeno in competizione.
Noi genitori operiamo però anche una seconda riduzione, dalla quale ci mettono in guardia: possiamo infatti ridurre la scuola al voto. Ciò che accade in aula e fuori, negli spazi comuni come cortili, corridoi, palestre, bagni, segreteria, scale, bar, non è riducibile né riconducibile al solo evento verifica-interrogazione-voto. È tanto di più. La scuola è una vera e propria città abitata da giovani e adulti che vivono e trafficano insieme e in continuazione, una città con le sue regole e norme, le sue sanzioni, le sue consuetudini, il suo linguaggio, i suoi codici. La sua vita, insomma. Loro ce lo dicono forte e chiaro: la scuola è un laboratorio di comunità dove apprendere fa rima con vivere. E allora in essa ogni parola pesa, ogni atto pesa, ogni presenza pesa. Perché è lì, in quella città quotidiana che si impara che cosa significa stare con gli altri, fidarsi, esporsi, cambiare e crescere. Ma se quella città diventa fredda, inospitale, indifferente se non addirittura ostile non si spegne solo la voglia di studiare, potrebbe spegnersi anche quella di esserci, di sentirsi parte di una comunità, di partecipare. Sia nostra cura che non accada.

Quando si parla di giovani, le posizioni sono polarizzate. Da un lato, c’è chi descrive le nuove generazioni come apatiche, disincantate, quasi «spente»: giovani intrappolati nella rete digitale, incapaci di desiderare davvero, più inclini al consumo che alla costruzione. Dall’altro lato, c’e chi le descrive come generazioni sensibili, aperte, consapevoli, che si trovano però a crescere in un mondo ostile.
Una recente ricerca promossa dalla Fondazione Unhate e Fondazione Poetica su un campione nazionale di ragazzi/e tra i 14 e i 24 anni offre elementi preziosi di valutazione. Solo il 17% dei giovani — meno di uno su cinque — vive in modo convintamente positivo la propria condizione: ragazzi e ragazze che si sentono coinvolti, capaci di immaginare il futuro, disponibili a investire energie nella costruzione di sé e del mondo. All’estremo opposto, il 25% (uno su quattro) esprime chiusura, risentimento, isolamento: giovani che vivono una condizione di distacco e di contrapposizione rispetto al mondo circostante. Nel mezzo, il 55% — più di uno su due — che si colloca nella zona grigia caratterizzata da fragilità diffuse, dipendenze leggere, incertezza, confusione e soprattutto ansia. Una condizione di sospensione, di difficoltà a orientarsi, a prendere posizione, a trasformare il potenziale in azione.
Non siamo, dunque, di fronte a una generazione perduta, ma nemmeno a una generazione pienamente fiorita. Siamo piuttosto in una condizione di latenza diffusa, in cui l’energia vitale tipica della giovinezza fatica a trovare vie di espressione. Ed è qui che emerge un secondo elemento, particolarmente rilevante: la ricerca indica che gli atteggiamenti positivi tendono a diminuire già dopo i vent’anni. È come se una parte della speranza si consumasse precocemente, come se l’impatto con la realtà producesse una sorta di raffreddamento delle aspettative. Questo dato colpisce perché rovescia l’idea tradizionale della crescita personale: invece di consolidarsi, la fiducia nel futuro sembra indebolirsi proprio quando si entra nella vita adulta.
Se si assume che la giovinezza sia il momento della massima spinta vitale, questi dati fanno pensare: una società che non riesce a sostenere e a canalizzare l’energia dei giovani difficilmente può generare futuro.
Ma che cosa spiega quel 17% di giovani «positivi»? Al di la delle qualità individuali — il carattere, la forza di volontà, il talento — contano il contesto familiare, la qualità del percorso scolastico, il coinvolgimento in reti associative, culturali o sportive. In altre parole, ciò che fa la differenza è l’esistenza di ambienti capaci di sostenere, orientare, riconoscere. Colpisce, invece, che la dimensione territoriale incida meno: non è tanto il «dove» si cresce, ma il «come». In altre parole, il potenziale delle nuove generazioni richiede condizioni favorevoli per essere attivato. In loro assenza, diventa difficile riconoscere la traiettoria che conduce all’età adulta. Quando ciò accade, la promessa di possibilità che caratterizza il nostro tempo — amplificata dalla globalizzazione e dalle tecnologie digitali — si trasforma, per una parte consistente di giovani, in una fonte di frustrazione. Troppe opzioni, ma poche strade praticabili; molte immagini di successo, ma pochi dispositivi reali di accompagnamento.
Il tema dunque è immaginare politiche capaci di aumentare il numero di giovani che si sentono positivi e ingaggiati. Politiche che, per essere efficaci, devono essere precoci e sistemiche.
In primo luogo, è necessario rafforzare il sostegno scolastico, non solo in termini di competenze, ma anche di orientamento e costruzione del senso. La scuola deve tornare a essere un luogo in cui si apprende a leggere il mondo e a collocarsi in esso, non solo a performare.
In secondo luogo, occorre sostenere le famiglie, soprattutto nelle fasi iniziali della vita. Le disuguaglianze educative si formano molto presto, e senza interventi mirati rischiano di consolidarsi nel tempo.
Infine, è fondamentale investire nelle reti sociali: associazionismo, sport, esperienze comunitarie. Sono questi i contesti in cui i giovani possono sperimentare relazioni significative, riconoscimento reciproco, possibilità di azione.
In definitiva, ciò che emerge è un’immagine frastagliata. I nostri giovani non sono né semplicemente perduti né automaticamente salvati. Sono esposti a un mondo ricco di possibilità ma povero di mediazioni. Per questo, invece di giudicarli, la cosa da fare è creare le condizioni affinché possano esprimere la loro spinta vitale.
Anche perché i giovani sono già pochi. In un paese segnato da un forte declino demografico, non possiamo permetterci di perderli. Ogni giovane che si spegne, che si ritrae, che rinuncia a partecipare, rappresenta una perdita di energia sociale, di creatività, di futuro. Investire su di loro non è una scelta tra le tante. È la condizione stessa per continuare a immaginare una società capace di rigenerarsi.

Per comprendere veramente chi è un bambino non interessano le teorie che gli adulti costruiscono su di lui, quanto il modo in cui esso stesso pensa e si orienta nel mondo. Perché un bambino è già un soggetto che giudica, sceglie, rifiuta, aderisce, e lo fa con una competenza troppo spesso sottovalutata. Potremmo infatti definire il bambino un pensatore. D’altronde già Freud lo aveva indicato quando ne L’avvenire di un’illusione scriveva a un suo immaginario interlocutore: Pensi al deprimente contrasto tra la radiosa intelligenza di un bambino sano e la debolezza intellettuale dell’adulto medio.
E infatti il bambino si concepisce grande, proprio perché pensa. Non “grande” per altezza o potere, ma per dignità: sa di avere un punto di vista, una ragione, un diritto a capire. Vuole essere preso sul serio. Per questo capita che possa anche protestare, contrattare, impuntarsi: molte volte sta solo difendendo la sua posizione nel mondo, sta chiedendo di essere preso sul serio. E quando lo si ascolta davvero, si scopre che spesso dietro un cosiddetto capriccio c’è un pensiero, dietro una richiesta c’è un bisogno di senso, dietro una paura c’è una domanda che merita considerazione.
Radiosa intelligenza, scriveva Freud. Il bambino sa infatti distinguere piacere e dispiacere. Lo sa fin da neonato: ciò che gli piace lo cerca, ciò che lo disturba lo respinge. Riceve volentieri il latte caldo e dolce e piange se sente un rumore violento. È capace di riconoscere un’offerta, di giudicarla e comportarsi di conseguenza, certo con le competenze motorie, fonetiche ed espressive che ha maturato fino a quel momento. In questo orientamento non c’è solo reazione, c’è un criterio, una bussola.
Sorprende anche quanto presto un bambino possa affacciarsi ai grandi temi dell’esistenza, come la vita e la morte. Non però nella modalità astratta, ma nella differenza vivere/morire, anzi nella precisa distinzione vivo-morto. Vivo: animato e presente. Morto: immobile e assente. In questa capacità del bambino di contemplare e includere nell’orizzonte l’idea della fine senza doverla trasformare in tragedia c’è qualcosa che l’adulto trova disarmante.
Il bambino affronta a suo modo anche idee per noi “alte” e insondabili. L’idea di Dio, per esempio, può affacciarsi alla sua mente come intuizione semplice, come la non obiezione di principio all’idea che qualcuno possa aver costruito il mondo e averlo messo a sua disposizione così bello e anche divertente, con gli elefanti dalle orecchie grosse, le stelle che rischiarano il buio della notte e le montagne alte come giganti.
Un altro campo di sapere precoce riguarda il corpo e la differenza sessuale. Il bambino nota presto la distinzione maschio/femmina, la registra, la esplora con curiosità. La annota come il caso curioso di una divisione senza inimicizia, anzi come condizione per una possibile amicizia. E inoltre apprezza il proprio corpo, fonte di piacere. È come Adamo prima della caduta, senza peccato non si vergogna della sua nudità.
Se si mette insieme tutto questo, l’idea del bambino come essere inetto e debile perde credibilità. Non è “piccolo” perché manca di pensiero, lo è solo per statura, per esperienza e per dipendenza pratica.
Questa competenza include una fiducia di fondo: nel mondo ci sono gli adulti, presenze affidabili, soprattutto nei momenti in cui ce n’è più bisogno. Si tratta di una fiducia concreta, che poggia su gesti ripetuti e che gli permette di esplorare il mondo, di allontanarsi un poco e poi tornare, di sbagliare senza sentirsi perduto.
Quando questa fiducia si incrina, e prima o poi accade, ecco allora arrivare i draghi: esperienze e paure che superano il bambino e che possono accendersi in sintomi concreti, come insonnia, ritiro, irritabilità, e una fatica crescente a restare sereno dentro la realtà.
Da qui il bisogno, che diventa diritto, di essere rassicurato da parte dei grandi. Già ce lo aveva indicato Chesterton in The Red Angel, in Tremendous Trifles (1909): Le fiabe non danno al bambino la sua prima idea dell’orco. Quello che le fiabe danno al bambino è la sua prima idea chiara della possibile sconfitta dell’orco. Il bambino ha conosciuto intimamente il drago da quando ha un’immaginazione. Ciò che la fiaba gli offre è un San Giorgio che uccida il drago.
Chesterton aveva ragione: i bambini sanno che i draghi esistono. Ma non solo perché possiedono una immaginazione, perché li conoscono davvero.
Conoscono i draghi del cuore, quelli del buio che nasconde i mostri sotto il letto e nell’armadio, della nostalgia che fa mancare casa quando si è in gita e fa piangere anche se non lo si vorrebbe, della vergogna quando ci si sente inadeguati e fuori posto.
Conoscono i draghi degli altri bambini, i tu non giochi, sei lento detti all’intervallo in giardino di nascosto dalle maestre, le prese in giro che sembrano scherzi ma fanno male anche perché si ripetono ancora e ancora, l’amico per cui ieri eri tutto e oggi ti ignora, il drago del capetto che decide chi conta e chi no.
Conoscono i draghi di casa, quelli di papà e mamma che litigano dietro le porte chiuse, ma tanto si sente tutto lo stesso anche se ci si copre le orecchie, il fratellino che piange e tutti corrono, parla e tutti ridono, cade e tutti si preoccupano e fa venire il dubbio se convenga davvero fare i bravi oppure no e anche il drago delle facce cupe e dei silenzi dei grandi che suscitano il dubbio di aver sbagliato qualcosa.
Conoscono i draghi della scuola, il non sono capace che arriva ancora prima di provarci e blocca la penna all’inizio della riga, il drago del confronto con chi è sempre più bravo e trasforma ogni esercizio in una gara, l’interrogazione dove non basta ricordare le cose perché si deve dimostrare di essere all’altezza delle aspettative.
Conoscono infine i draghi del mondo, le brutte notizie che restano appiccicate in testa anche quando i monitor si spengono, i poveri per strada che tutti fingono di non vedere e invece fanno nascere troppe domande, le diversità che i grandi non sanno accettare e che mostrano di temere tanto, la guerra che sembra sì lontana, ma potrebbe arrivare sin qui.
Un adulto affidabile rassicura rispetto a tutti questi draghi. Dà un nome a ciò che spaventa, senza minimizzare né ridere, non lascia che il bambino si senta responsabile di tutto, non gli chiede di essere forte, non gli affida pesi che non sono suoi e poi cerca in ogni cosa anche il più piccolo granello di bene che mantenga viva la speranza.
Rassicurare non è affatto raccontare una bugia, nemmeno se gentile. Non è dire non è niente quando qualcosa è, né tantomeno promettere andrà tutto bene come se fosse possibile veramente.
Queste rassicurazioni servono innanzitutto a noi adulti.
Ci tolgono dall’imbarazzo di stare davanti a una questione significativa, senza avere una soluzione pronta.
Ci tolgono dalla fatica di dire non lo so neanch’io e cadere giù dal piedistallo dell’onnipotenza, nonostante quel non lo so, ma ci sono sia già spesso sufficiente e costruisca la fiducia della presenza che non lascia soli.
Ci tolgono dal dispiacere di vedere il bambino dispiacersi per qualcosa che non è sotto nostro controllo.
Rassicurare è piuttosto avere il coraggio di dire il vero a misura di bambino, ossia fargli compagnia portandogli tutta la verità che in quel momento può comprendere e reggere. Significa rispondere alle sue domande con chiarezza, senza aggiungere dettagli inutili, aderendo a ciò che chiede davvero e non a ciò che presumiamo e temiamo; non riempire l’aria con frasi tanto automatiche quanto sbrigativamente vuote. Rassicurare è mettere un confine per impedire che la paura si prenda tutta la scena. È dire al bambino: su questa parte puoi intervenire tu, quest’altra invece è compito dei grandi.
Significa poi fare l’unica promessa ragionevole, che vale davvero: non andrà tutto bene, ma io ci sono, e insieme faremo tutto il possibile per stare bene, noi e gli altri.
Milano, martedì 19 maggio 2026. Prende forma una rete nazionale di scuole dedicata alla sperimentazione sulle competenze non cognitive e trasversali prevista dalla Legge 22/2025. A promuoverla è il Festival dell’Innovazione Scolastica, che ha avviato la costituzione della Rete dell’Innovazione Scolastica, finalizzata alla presentazione di una proposta progettuale nell’ambito dell’Avviso ministeriale n. 537 del 30 marzo 2026.
La Rete, alla quale hanno aderito 85 istituti scolastici di tutta Italia, intende valorizzare le numerose esperienze educative già presenti nelle scuole italiane nell’ambito delle competenze trasversali, favorendo il confronto tra istituti, la progettazione condivisa e la crescita professionale del personale scolastico.
L’obiettivo è costruire una comunità educante capace di condividere pratiche didattiche, sperimentazioni, strumenti e riflessioni pedagogiche nel rispetto dell’autonomia e delle specificità di ogni scuola.
Il percorso prenderà ufficialmente avvio con l’Assemblea della Rete delle Scuole dell’Innovazione Scolastica, in programma giovedì 21 maggio 2026, dalle 10.00 alle 16.30, a Milano, presso l’Istituto Gonzaga, in via Settembrini 17.
La giornata si aprirà alle 10.00 con l’accoglienza e la registrazione dei partecipanti. Dopo il saluto introduttivo (ore 10.30) di Imerio Chiappa dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia, alle 10.45 si terrà l’assemblea riservata ai dirigenti scolastici e ai referenti degli istituti aderenti alla Rete, presieduta da Alessia Gruzza, dirigente scolastica dell’IIS Gadda di Fornovo di Taro, scuola capofila.
Alle 11.45 prenderà avvio il seminario pubblico dedicato all’origine e al significato per la scuola della Legge 22/2025 e della relativa sperimentazione nazionale. La prima sessione sarà coordinata da Alberto Raffaelli, presidente del Festival dell’Innovazione Scolastica, con gli interventi di Damiano Previtali, presidente del CSPI, Francesco Manfredi, presidente INDIRE, e Giorgio Vittadini, docente dell’Università di Milano-Bicocca e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.
Dopo la pausa buffet delle 13.00, i lavori riprenderanno alle 14.00 con la seconda sessione, dedicata alle cornici culturali-pedagogiche e alla struttura del Progetto Crescita. A presiederla sarà Maria Grazia Riva, dell’Università di Milano-Bicocca.
Nel corso della sessione pomeridiana, Giorgio Vittadini interverrà sul dibattito relativo alle competenze non cognitive e trasversali; Massimo Baldacci, dell’Università di Urbino, approfondirà il tema delle competenze come habitus e le criticità metodologiche legate alla loro valutazione; Andrea Galimberti proporrà un’analisi dei framework internazionali sulle competenze non cognitive e trasversali, con particolare attenzione alle diverse concezioni della società e dello sviluppo della persona; Alessandra Landini, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo “A. Manzoni” di Reggio Emilia, affronterà il tema del passaggio dal progetto della Rete alla messa in atto didattica.
Alle 15.45 è previsto un dibattito con i rappresentanti delle scuole della Rete, pensato come momento di confronto sulle prospettive operative della sperimentazione. Le conclusioni e l’indicazione dei prossimi appuntamenti saranno affidate, alle 16.15, ad Alessia Gruzza e Alberto Raffaelli.
La partecipazione al seminario è libera, previa iscrizione qui.

Dalla grinta fino alla capacità di lavorare in squadra, ci sono materie da insegnare ai ragazzi per combattere conto il loro analfabetismo socio-emotivo. La sperimentazione al via dal prossimo anno scolastico.
Le possediamo fin dalla nascita, si rafforzano in famiglia durante la crescita ma è la scuola che può davvero valorizzare le competenze non cognitive e trasversali per lo «sviluppo armonico e integrale della persona», «migliorare il successo formativo» e, prevenire analfabetismi funzionali, povertà educativa e dispersione scolastica». Per questa ragione, il Parlamento ha approvato la legge 22 del 19 febbraio 2025 Introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive e trasversali nei percorsi delle istituzioni scolastiche e dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti nonché nei percorsi di istruzione e formazione professionale e il ministero dell’Istruzione e del Merito ha emanato uno specifico decreto il 15 gennaio e si appresta a pubblicare un Avviso nazionale per selezionare le scuole e le reti di scuole che prenderanno parte alla sperimentazione triennale. Che sarebbe dovuta partire già da quest’anno scolastica e, invece, a questo punto prenderà il via dal prossimo.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, le competenze non cognitive o life skills, sono «quelle abilità che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni». Nello specifico, queste abilità sono: l’autocontrollo, il benessere, la perseveranza, la felicità, la resilienza, la mentalità aperta, la grinta, l’intelligenza sociale. E ancora: la capacità di cooperare, di risolvere pacificamente i conflitti, di lavorare in gruppo. Insomma: in tempi di metal detector nelle scuole per evitare che gli studenti entrino in classe con i coltelli, anche sviluppare le competenze non cognitive può rappresentare un efficace antidoto a questa preoccupante deriva.
«Stiamo assistendo alla recrudescenza di un certo analfabetismo socio-emotivo tra i ragazzi, acuito dai social», ha ricordato la capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del ministero, Carmela Palumbo, intervenuta a un webinar di Tuttoscuola. Malessere giovanile, bullismo e violenza si contrastano, dunque, anche sviluppando la capacità di stare insieme in armonia. Di «essere emotivamente connessi», ha specificato Palumbo. La «precondizione di un buon apprendimento, ma anche di crescita personale dei nostri ragazzi». Per «promuovere un’educazione realmente inclusiva ed equa», specifica l’articolo 4 della legge 22/2025.
Rispetto alla scuola «catena di montaggio» e «fabbrica di capitale umano», ha sottolineato il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, intervenuto anch’egli al webinar di Tuttoscuola, le competenze non cognitive rilanciano un’idea di «educazione come accompagnamento della persona», mettendo al centro del lavoro educativo «le dimensioni cognitive, emotive e relazionali». E costruendo un «ponte tra sapere ed esperienza» capace di «agganciare» la scuola e l’istruzione alla realtà e al vissuto dei ragazzi. «Abbiamo bisogno di insegnare in modo diverso – ha ribadito Vittadini – rafforzando nei ragazzi la voglia di andare a scuola. Per questo le competenze non cognitive non sono “una materia in più”, ma la sperimentazione di qualcosa di nuovo, che nasce dal basso e fa dell’educazione un bene pubblico». Tutto il Paese, infatti, deve essere coinvolto in questa nuova avventura educativa, ha auspicato Maria Grazia Riva, ordinaria di Pedagogia all’Università Bicocca di Milano. «Equità, giustizia sociale e inclusione», ha aggiunto la docente, sono l’obiettivo da raggiungere attraverso lo sviluppo delle competenze non cognitive. «Si tratta di una bellissima impresa – ha ricordato Riva – molto delicata, da portare avanti, tutti insieme, con grande attenzione».
Le competenze non cognitive e trasversali, con l’Intelligenza artificiale, saranno, infine, le protagoniste del Festival dell’innovazione scolastica in programma il 4, 5 e 6 settembre a Valdobbiadene, in provincia di Treviso. Un’occasione, ha detto il presidente del Festival, Alberto Raffaelli, per «promuovere e favorire» lo scambio di buone prassi tra le scuole. Ben prima della legge, infatti, in tante classi le competenze non cognitive sono al centro dell’azione educativa di insegnanti e dirigenti. Esperienze che ora, grazie alla nuova normativa, possono essere messe a fattor comune e seminate nei territori. Favorendo il «passaggio da un sistema focalizzato solo sull’istruzione a uno che si assume una responsabilità educativa integrale, verso tutte le dimensioni umane, sociali e professionali degli studenti», ha aggiunto Raffaelli. Soffermandosi anche sul cruciale e delicato ruolo dei docenti in questo nuovo scenario. «Lo spirito della legge – ha concluso – intende valorizzare l’autonomia scolastica e porre la comunità dei docenti come protagonista del proprio processo formativo e auto-formativo in un’ottica di ascolto dei bisogni educativi, dell’analisi delle specificità degli allievi e dei contesti educativi in cui la scuola vive».

La scorsa settimana si è tenuto un interessante seminario sulle non cognitive skills organizzato dal Festival dell’Innovazione Scolastica.
Mettiamoci per un attimo nei panni di un insegnante. Primaria o secondaria cambia poco. Davanti agli occhi si presenta un titolo simile: “Introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive e trasversali nei percorsi delle istituzioni scolastiche e dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti, nonché nei percorsi di istruzione e formazione professionale”. Un articolato dispositivo normativo che promette di incidere sulla vita scolastica di tutti.
La prima reazione è quasi inevitabile: ci risiamo. Un’altra riforma pensata lontano dalle classi, un nuovo lessico da decifrare, una serie di richieste che sembrano aggiungersi alle molte che già gravano sulle spalle dei docenti. Perché alla fine, come sempre, i conti con i ragazzi li faremo noi che siamo in classe, non chi ha scritto il provvedimento.
O magari anche no. Perché forse in questa legge 22 del 2025 qualche spunto di novità reale c’è. Se n’è parlato al ministero dell’Istruzione e del Merito il 28 novembre, in un seminario organizzato dal Festival dell’Innovazione Scolastica.
Punto primo: “Il Ministero non calerà dall’alto un vademecum prescrittivo rigido, ma fornirà un quadro di riferimento che accompagni le scuole”. Punto secondo: “L’obiettivo è che siano le pratiche migliori, emerse durante la sperimentazione triennale, a definire le future linee guida”. Così Monica Logozzo, dirigente del ministero e coordinatrice del gruppo di lavoro che dovrà guidare l’applicazione della legge 22 nelle scuole.
La roadmap di applicazione della legge dà priorità assoluta alla formazione triennale dei docenti e a una sperimentazione aperta a scuole di ogni ordine e grado. Molto chiaro anche il focus: definire non solo quali competenze sviluppare, ma soprattutto come valutarle e certificarle, uscendo dalla vaghezza. Con una mission finale: non lasciare sole le scuole, laddove il ministero si pone come soggetto che accompagna e valida il lavoro dei docenti e degli istituti.
Parole importanti per una realtà come il Festival dell’Innovazione Scolastica, che oltre a sorgere in una cittadina come Valdobbiadene – diventata patrimonio Unesco per le sue colline del Prosecco – proprio su questo si fonda: dar voce alle scuole, mettere in campo le esperienze, invitare gli insegnanti a raccontarsi e confrontarsi. Lo ha fatto anche quest’anno, dal 3 al 5 settembre, in maniera piacevolmente conviviale con un confronto dedicato proprio alle soft skills nella scuola.
Perché, ricorda il suo presidente Alberto Raffaelli, “l’Italia è un Paese di commissari tecnici, ma poi chi scende in campo ogni giorno sono i nostri insegnanti. E la cosa che quasi commuove incontrandoli al Festival è che in loro ci sono poche tracce della narrazione catastrofistico-mediatica sulle nuove generazioni allo sfascio. Vedi la passione di mostrare come i ragazzi rispondono ‘presente’ quando incontrano proposte significative”.
È “un fenomeno di intelligenza collettiva”, il Festival. Così almeno secondo Thomas Ducato, ricercatore Edulia Treccani Scuola. Perché innovazione è sinonimo molto più di condivisione che di digitale o tecnologia. Innovare implica uno shift di metodo e di sguardo, non semplicemente adottare un tool alla moda. Di qui il “Poster delle competenze non cognitive”, frutto di un lavoro di co-progettazione tra il Festival ed Edulia, nato dall’ascolto delle storie di 220 scuole, “perché l’apprendimento vero è esperienza”, spiega Ducato, “e l’esperienza umana, relazionale, emotiva è irriproducibile dalla macchina”.
A Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, il compito di fornire all’incontro del MIM la cornice culturale e istituzionale necessaria per capire il contesto in cui si colloca la legge 22, evidenziando i limiti di una visione funzionalista della scuola, che riduce l’istruzione a mera preparazione al lavoro per aumentare il Pil, e proponendo invece il passaggio al modello dello “sviluppo umano”. Il che in pratica significa che le non cognitive skills “non servono a produrre di più, ma a formare persone più istruite, competenti ma anche libere, capaci di giudizio critico e di stare al mondo”.
Per questo, in una prospettiva di sperimentazione triennale, forse per la prima volta ciò che conterà davvero non sarà solo la pianificazione, ma l’ispirazione. Di qui l’intervento di Damiano Previtali, presidente del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione. Non piani strategici, istruzioni o ricette nel suo intervento: solo brani di letteratura. Perché “la letteratura è fondamentale quando è visionaria”.
Ecco quindi un profetico Gianni Rodari (La macchina per fare i compiti, 1973) che avverte sul rischio della delega totale alla tecnologia: se la macchina fa tutto, “a cosa serve il cervello?”. O la lettera di Albert Camus, fresco di Nobel, al suo maestro Germain: ciò che salva lo studente, specialmente se svantaggiato, non è l’istruzione tecnica, ma la relazione affettiva e l’esempio del magister. Innovazione e non-cognitive skills non possono esistere se non c’è una comunità educante che si fa carico della persona, un ruolo che non può essere appaltato agli algoritmi, ma che può guidare nel loro impiego.
L’appuntamento ora è dal 4 al 6 settembre, alla prossima edizione del Festival, dal titolo “Intelligenza, intelligenze”. E come andrà interpretato questo titolo lo ha spiegato in conclusione Luigi Ballerini, presidente del Comitato scientifico del Festival, citando Joanna Maciejewska: “Voglio che l’intelligenza artificiale mi lavi i panni e i piatti in modo che io possa dedicarmi all’arte e alla scrittura, e non che l’intelligenza artificiale faccia la mia arte e la mia scrittura in modo che io possa lavare i panni e i piatti”.
“Cercheremo di capire insieme”, ha concluso Ballerini, “quali sono i piatti e i panni del docente, che forse possono essere delegati, e qual è invece la mia arte, quella che non posso delegare a nessuno, tantomeno a un algoritmo”.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito (ANSA)
Il 27 e 28 novembre a Job&Orienta e al Ministero dell’Istruzione e del Merito abbiamo vissuto due giornate importanti per il cammino del Festival dell’Innovazione Scolastica: due appuntamenti che segnano un nuovo livello di riconoscimento istituzionale e di responsabilità nel nostro lavoro comune.
Nei seminari sono stati presentati sia i risultati del percorso dedicato alle competenze non cognitive, sia le prime linee della prossima edizione del Festival, che esplorerà il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella scuola.
Il lavoro sulle non cognitive skills ora entra in una fase nuova, grazie all’avvio dell’Osservatorio permanente previsto dalla Legge n. 22 del 19 febbraio 2025: uno strumento che permetterà di accompagnare con serietà e continuità la sperimentazione nelle scuole italiane.
Il video del dialogo “Non cognitive skills e AI” che si è svolto al Ministero dell’Istruzione e del Merito è disponibile online: https://youtu.be/NX7ND2KReMU.

Il percorso di avvicinamento alla sesta edizione del Festival dell’Innovazione Scolastica, in programma a Valdobbiadene dal 4 al 6 settembre 2026, si arricchisce di due tappe significative rivolte a dirigenti scolastici, docenti, istituzioni, ricercatori ed esperti di innovazione educativa.
Il momento centrale sarà l’incontro nazionale che si terrà venerdì 28 novembre 2025 dalle 10.00 alle 12.30 presso la Sala “Aldo Moro” del Ministero dell’Istruzione e del Merito (viale di Trastevere 76/A – Roma).
Promosso dall’Associazione Festival dell’Innovazione Scolastica, l’appuntamento rappresenta un’occasione di dialogo sul ruolo delle Non Cognitive Skills e sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei percorsi educativi. Nel corso della mattinata verranno presentati la sesta edizione del Festival, la sezione permanente di monitoraggio dedicata alla sperimentazione della legge n. 22/2025 sullo sviluppo di competenze non cognitive e trasversali nei percorsi delle istituzioni scolastiche e il Poster collettivo sull’innovazione scolastica realizzato insieme a Edulia Treccani, con il contributo delle scuole protagoniste dell’edizione 2025 del Festival.
Interverranno:
Il giorno prima dell’appuntamento romano, il Festival sarà presente anche alla 37ma edizione di Job&Orienta, in programma alla Fiera di Verona dal 26 al 29 novembre 2025.
Giovedì 27 novembre dalle 15.30 alle 16.30 presso la Sala Conferenze dello Stand della Regione Veneto si terrà l’incontro “Aspettando il Festival dell’Innovazione Scolastica 2026”, inserito nel ricco programma del salone dedicato quest’anno al tema “Tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale: competenze per il futuro”. Interverranno:
Con questi appuntamenti, il Festival dell’Innovazione Scolastica conferma il proprio impegno nel promuovere un confronto serio e partecipato sul rinnovamento della scuola italiana, valorizzando esperienze significative e sostenendo una cultura educativa capace di affrontare con competenza e creatività le sfide del nostro tempo.

Valdobbiadene (TV), 30 ottobre 2025 – Con l’incontro “Intelligenza, intelligenze. Apprendere con l’IA: esperienze e impatti”, prende avvio il percorso di preparazione alla sesta edizione del Festival dell’Innovazione Scolastica, che si terrà a Valdobbiadene il 4, 5 e 6 settembre 2026.
Il primo appuntamento è in programma lunedì 3 novembre 2025 alle ore 18.30, in diretta streaming sul canale YouTube del Festival (https://www.youtube.com/live/_lSdPpwEuWM).
L’invito a partecipare è rivolto a tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, statali, paritarie e di formazione professionale accreditate.
Protagonista dell’incontro sarà Emanuele Frontoni, professore ordinario di Informatica all’Università di Macerata e co-direttore del VRAI – Vision Robotics & Artificial Intelligence Lab: un dialogo sulla natura e al funzionamento dell’intelligenza artificiale, esplorandone le potenzialità e i limiti in ambito educativo.
Frontoni è Affiliated Researcher presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, direttore scientifico del centro NEMOLab dell’Ospedale Niguarda di Milano e autore di oltre 300 pubblicazioni internazionali. Dal 2021 figura nella lista “World’s Top 2% Scientists” curata da Stanford University ed Elsevier, che raccoglie gli scienziati più citati al mondo nell’ambito dell’“Artificial Intelligence & Image Processing”.
Con questo appuntamento, il Festival dell’Innovazione Scolastica rinnova il proprio impegno nel favorire il dialogo tra ricerca scientifica, didattica e comunità educante, promuovendo la condivisione di esperienze e la riflessione sui cambiamenti in atto nella scuola italiana.
Il tema del Festival 2026, “Intelligenza, intelligenze”, nasce dall’esigenza di esplorare in modo critico e costruttivo l’impatto delle nuove tecnologie sull’apprendimento e sulle relazioni educative, mettendo al centro la persona e la sua capacità di pensare, comprendere e creare.
