IL TESTO DELL’INTERVENTO DEL MINISTRO BIANCHI | Festival dell'Innovazione Scolastica

 

 

 

INTERVENTO DEL MINISTRO BIANCHI – Valdobbiadene 4 settembre 2021

 

Io vi ringrazio moltissimo, lo dico ancora. Vedete, noi siamo un Paese molto strano, dove anche nei momenti più delicati prevale il bisogno di autofustigazione per cui l’immagine che noi dobbiamo dare a noi stessi è molto peggiore di ciò che siamo in realtà. E allora parliamo delle scuole come del luogo della polemica, del conflitto. Invece la scuola è quello che avete raccontato voi in questi giorni del Festival. La nostra scuola non è quella che leggiamo ma è questa che facciamo. Voi che venite da tutte le parti del nostro Paese per testimoniare che la scuola è dialogo, dialogo! La scuola è condivisione della parola e non a caso il suo inverso e il diavolo e il diavolo è colui che divide.

Mai come in questo momento il Paese ha bisogno di essere unito e il luogo della riunificazione del Paese non può che essere la sua scuola. Mai come oggi c’è bisogno di scuola. Dicono: “Ma come può esserci bisogno di scuola nell’epoca di internet dove quando ti svegli la mattina e ti viene in mente una parola la prima cosa che fai è accendere il telefonino a guardare che cosa vuol dire? Come può esserci bisogno di scuola nel momento in cui siamo travolti di informazioni, di pubblicazioni?” E invece mai come oggi c’è bisogno di scuole, di quella scuola che accompagna le persone a diventare cittadini. Quella scuola che accompagna le persone a scoprire sé stessi, quella scuola che accompagna soprattutto le persone a costruire comunità. In realtà il mandato per la scuola di oggi è un mandato straordinario.

Certo, la vicenda del Covid è stata uno shock terribile ma che rischia di coprire una difficile situazione che era precedente. Noi eravamo già in una fase di grande trasformazione strutturale. Eravamo già in una fase di grande trasformazione produttiva. Eravamo già in una fase di grande trasformazione sociale. Il rischio è chi dice “ma no, in fondo il problema della scuola è il Covid!” No, il Covid ha messo a nudo tutte le difficoltà. Ma ha reso anche esplicite anche tutte le capacità del nostro Paese che si esprimono nella capacità di innovazione. Allora questo dialogo che voi avete avuto oggi, il dialogo che avrete domattina è un dialogo che apre all’idea fondante secondo cui questo Paese deve essere un Paese di sperimentatori. Ma si sperimenta soltanto se poi si trasferisce agli altri, si condivide. La condivisione: l’elemento fondante della nostra capacità educativa è la condivisione.

Vedete, in maniera quasi ossessiva io continuo a ripetere che quando si è confusi bisogna avere dei punti di riferimento. Il nostro punto di riferimento è la nostra Costituzione. Quando vi sentite confusi fermatevi e leggete la Costituzione, leggetela ai nostri ragazzi. Leggete quell’articolo 2 meraviglioso che dice che la Repubblica riconosce e tutela i diritti delle persone perché i diritti vengono prima. Ma dice anche che i diritti personali si esplicitano nel dovere inderogabile della solidarietà. Insegniamo ai nostri ragazzi che ci sono i diritti solo se ci sono i doveri, il dovere personale sta solo nel dovere della solidarietà, nella capacità di costruire comunità. Questa è la base anche della nostra grande tradizione classica: non si è mai soli, noi non lasciamo da soli i nostri ragazzi. Per questo la scuola deve accompagnare e allora le parole che sono scritte nel Manifesto dell’Innovazione Scolastica che avete scritto diventano anche la guida per trasformare le nostre sperimentazioni in una grande occasione di condivisione nazionale. Per questo dobbiamo ripetere questo Festival anche i prossimi anni e farlo diventare un festival nazionale dove ogni Istituto di questo Paese possa raccontare la propria esperienza e possa condividerla e farne partecipi tutti gli altri Istituti.

Noi oggi abbiamo il dovere di far ripartire scuola. Ci avevano detto che è impossibile.

“E’ impossibile fare gli esami in presenza.” E gli abbiamo fatti tutti.

“E’ impossibile tenere aperte le scuole d’estate!” E abbiamo avuto 7500 scuole che hanno condiviso questa esperienza.

“Al primo settembre non ci si arriveremo mai!” E siamo già oltre il primo settembre.

Il 13 avremo con noi anche i nostri ragazzi e ragazze, e li accoglieremo con lo stile di sempre, quello del servizio al paese per una scuola che deve avere come primo carattere quello di essere una scuola nazionale. Sembra scomparso dal nostro vocabolario il termine nazionale, invece bisogna dirlo perché dobbiamo dare a tutti i ragazzi, tutti i bambini e le bambine del nostro Paese le stesse opportunità. E quindi anche le risorse con cui ci siamo impegnati in Europa saranno messe a disposizione per rendere il sistema educativo Nazionale un vero servizio Nazionale che abbia le stesse condizioni in tutto il paese e dia la possibilità ad ogni parte del Paese di dialogare insieme. Una scuola che deve avere un carattere inclusivo. Perché l’inclusione è difficile da fare. E’ più facile fare esclusione, e dire abbiamo perso dei ragazzi e dire: “Si sono persi …” non perché li abbiamo persi. “Si sono persi …” mettendo a loro carico anche questo. No. Sono tutti figli nostri e noi sappiamo che ogni ragazzo che si perde è un pezzo del paese che si perde.

La terza cosa che io dico è una scuola affettuosa. Quando mi dicono: “Che strano questo aggettivo …” No non è strano questo aggettivo perché la scuola dev’essere la scuola degli affetti perché in un’epoca in cui è facile rimanere soli la scuola è il luogo in cui si impara a condividere. Io qui di fronte ho una persona da cui ho imparato questo, l’ho imparato da Giorgio (Vittadini ndr). Ho imparato da lui che ci sono delle competenze fondanti che devono essere materia della nostra condivisione.

Quando riaprima le scuole il 13-14-15 il 20 in Puglia, mettiamo una grande attenzione all’accompagnamento dei nostri ragazzi, perché tornino ad essere assieme, perché tornino a sentire che lì si sta costruendo una parte fondante della loro vita, che gli amici non sono quelli di internet.

“Quanti amici hai?”

“1450 su Facebook.”

“E quanti sono venuti a tirarti su quando hai avuto bisogno?”

“Neanche uno.”

No, gli amici sono quelli che ti tirano su quando hai bisogno. La nostra è una scuola che non perde neanche un carattere della nostra cultura e, anzi, la costruisce perché facendo sperimentazione si fa cultura, facendo ricerca si fa cultura. Ma una scuola che ha anche chiarissimo il fatto che noi dobbiamo dare i ragazzi le possibilità di avere il loro percorso di vita e quindi il rapporto con lavoro che sia anche questo un rapporto affettuoso cioè l’idea che avremo dei lavori che cambieremo nella nostra vita. Perché è chiaro che probabilmente non è più l’epoca in cui uno fa lo stesso lavoro per tutta la vita e dopo 50 anni riceve la stella di fedeltà. La fedeltà dev’essere la nostra capacità di costruire noi stessi e la nostra comunità e allora diventa importantissimo, diventa fondamentale questa idea del capire il lavoro.

“La Repubblica è fondata sul lavoro” dice l’articolo 1 della Costituzione. Cioè non è una repubblica fondata sui privilegi, e neanche sui diritti di eredità. Ma è fondata su quello che è scritto su questo Manifesto (Manifesto dell’Innovazione Scolastica presentato al ministro dai promotori del Festival – vedi allegato), nel diritto di ognuno di trovare la propria strada e però deve ancora una volta essere accompagnato. Una delle riforme fondamentali che ci chiede l’Europa è l’orientamento. L’orientamento non può cominciare l’ultimo mese dopo il diploma. Comincia prima, dalle scuole primarie, dalla scuola media, comincia là dove comincia una separazione delle discipline, e questo lavoro ha bisogno di più accompagnamento e più condivisione. Ha bisogno di più lavoro comune, come è scritto in questo Manifesto, ha bisogno di una dimensione collegiale, comunitaria, e di una prospettiva interdisciplinare. Ha bisogno che noi investiamo molto nelle scuole tecniche e professionali e nel legame con la IeFP. Abbiamo bisogno di scambiare più esperienze e il fatto che questo Festival sia partito proprio qua, da una Scuola Professionale, mi riempie il cuore.

Sfuggiamo dall’antica tentazione di pensare che il nostro sistema educativo è fatto a scale. No, è fatto da diversi orientamenti. Noi abbiamo un gruppo di lavoro che sta lavorando su questo e vorrei tanto che tutte queste esperienze confluissero in tutto questo disegno europeo.  Così come, dentro questa prospettiva, c’è un discorso sull’ITS che non è una via semplificata verso Università, ma è una via maestra verso il lavoro. Attenzione a questo passaggio perché lì è il posto in cui potevamo fare possiamo fare più sperimentazione, in cui facciamo confluire tutto questi nostri pensieri, tutto il lavoro che abbiamo fatto nella Commissione Nona delle Regioni in cui sono stato per 10 anni e che ho condiviso con Elena Donazzan e con Cristina Grieco. Tutto questo però ha bisogno di una cosa fondamentale, ed è quello che avete detto voi: noi del nostro mestiere, ed io identifico me stesso con il lavoro di professore che ho fatto in università per tanti anni, noi siamo portatori di una responsabilità sociale che è fortissima, che è la responsabilità morale di permettere ai nostri ragazzi alle nostre ragazze di crescere, che non vuol dire diventare vecchi, ma vuol dire crescere come persona che partecipa alla vita collettiva, che ha il senso dei valori fondanti di una comunità, che può essere anche una comunità apparentemente periferica, eppure centrale si riesce a conquistare la sua centralità con l’iniziativa.

Questo lavoro deve essere riconosciuto. Dobbiamo riportare il mestiere di professore ad avere quel prestigio sociale che oggettivamente è stato perduto. E questo lo facciamo dimostrando di essere non solo uniti, ma essere portatori dei valori che devono essere alla base del rilancio del nostro Paese. Non si tratta semplicemente di far crescere l’economia, ed è fondamentale che cresca, ma di riempire questa economia di quei valori fondanti che sono alla base della nostra Repubblica. Lì è il cuore della nuova scuola. Una scuola che deve essere in grado di permettere ragazzi di sviluppare le loro competenze, ma anche la loro manualità cioè la capacità di dominare gli strumenti e non di essere dominati dagli strumenti, la capacità di comprendere un mondo sempre più complesso, e anche incerto. Non ho detto di ‘capire’, perché capire vuol dire che io me ne impossesso, comprendere vuol dire che lo tengo insieme.  E ci sono anche cose che non si possono capire, la guerra non si capisce, però dobbiamo aiutare i ragazzi a comprenderla. Soprattutto è importante questa idea di costruire una comunità consapevole e responsabile.

Tutto questo ci porta a dover lavorare molto, ed è proprio questo il segno che io vi porto: si apre un anno di grande lavoro, un anno che io ho definito ‘costituente’ per la nostra scuola in cui la nostra scuola, molto al di là delle polemiche finte che ci vogliono attanagliare, dimostra ancora una volta di essere la parte più avanzata di quei valori morali che costituiscono il cuore del nostro Paese: il lavoro, la capacità di far crescere i nostri figli,  la capacità di educare tutti noi ad una democrazia vera che è quella partecipativa.

Per questo ragazzi io sono qua e con grande soddisfazione firmo io per primo questo Manifesto.